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Messaggio da leggereInviato: mar 2 set 2008, 11:15 
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Le piante stressate rilasciano una sostanza simile all'aspirina

Reuters - venerdì 19 settembre 2008 10:47


WASHINGTON - Le piante stressate dalla siccità o da temperature fuori stagione rilasciano una sostanza simile all'aspirina.

Lo hanno riferito alcuni ricercatori del Centro nazionale per le ricerche atmosferiche del Colorado, aggiungendo che la sostanza, il metil salicilato, potrebbe aiutare le piante a resistere ai danni e a segnalare il pericolo alle altre.

"Al contrario degli umani, che prendono l'aspirina per ridurre la febbre, le piante hanno la capacità di produrre da sè un misto di sostanze simili all'aspirina, innescando la formazione di proteine che spingono le difese biochimiche e riducono le malattie", ha spiegato in una nota Thomas Karl, che ha condotto lo studio.

"Le nostre misurazioni mostrano che un quantitativo significativo di sostanza può essere identificato nell'atmosfera mentre le piante rispondono alla siccità, temperature fuori stagione o altri stress".

L'acido acetilsalicilico, o aspirina, originariamente deriva dalla corteccia degli alberi, ma finora nessuna aveva visto emissione della sostanza via gas.

Scrivendo sulla rivista Biogeosciences, i ricercatori hanno spiegato di aver scoperto accidentalmente la sostanza chimica mentre stavano sistemando della strumentazione lo scorso anno in un bosco di noci per monitorare le missioni di sostanze organiche volatili, che combinandosi con le emissioni industriali possono influenzare il clima locale.

Gli alberi erano già stressati dalla siccità e i livelli di metil salicilato salivano con le fredde temperature notturne fuori stagione, soprattutto con il rapido riscaldamento il giorno seguente.

"Queste scoperte sono la prova tangibile che avviene una comunicazione pianta-a-pianta a livello di ecosistema", ha spiegato lo scienziato Alex Guenther. "Sembra che le piante abbiano la capacità di comunicare attraverso l'atmosfera".




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Messaggio da leggereInviato: ven 19 mar 2010, 11:57 
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(fonti: http://www.ecoradio.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4073, http://www.pnas.org/content/106/10/4048.full?sid=2a8b4128-3520-41ca-9200-337bb38c9a8c)

La scoperta è di un gruppo di ricercatori delle Università di Firenze e di Bonn e rappresenta una svolta in ciò che finora si sapeva sui vegetali. È nata persino una nuova scienza, la neurobiologia vegetale. Una verità che Charles Darwin aveva già sospettato e che viene confermata dalla scienza. Su ogni singola punta delle radici (il nome è apice radicale) c'è un gruppo di cellule che comunica usando neurotrasmettitori, proprio come i nostri neuroni; e queste cellule elaborano e rispondono alle informazioni che arrivano qui da tutta la pianta.

Ciascun apice è autonomo, ma può anche coordinarsi con gli altri. Un vero e proprio cervello diffuso il cui funzionamento a rete ricorda quello di internet, e che permette agli alberi non solo di comunicare, ma persino di avere una memoria e una sorta di autocoscienza. Secondo Stefano Mancuso, del dipartimento di ortoflorofrutticoltura dell'Università di Firenze - «Le ricerche degli ultimi quattro anni hanno portato prove che le piante si comportano come esseri intelligenti.

Il rischio per noi è stato che si equivocasse una ricerca scientifica solida con credenze popolari che hanno diffuso una serie incredibile di sciocchezze invece è ormai chiaro che in ciascun apice radicale c'è una zona, detta di transizione, le cui cellule hanno caratteristiche neuronali. Mettono cioè in atto una trasmissione sinaptica identica a quella dei tessuti neurali animali».

Continua sempre Mancuso: «L'impulso scorre nel cervello della pianta attraverso molecole, i neurotrasmettitori, molti dei quali sono gli stessi con cui comunicano i neuroni animali. In questi apici troviamo glutammato, glicina, sinaptotagmina, gaba, acetilcolina.

Ci siamo chiesti: che cosa ci stanno a fare, se le piante non hanno una trasmissione sinaptica?» racconta il ricercatore. Se era noto che i vegetali producono sostanze attive neurologicamente, come caffeina, teina o cannabina, la scoperta di neurotrasmettitori ha evidenziato l'attività neurale. Anche il ruolo del più importante ormone vegetale finora conosciuto, l'auxina, è stato ridefinito. «È tempo di dare il benvenuto alle piante nel novero degli organismi intelligenti» afferma Peter Barlow, della School of biological science dell'Università di Bonn.

Una prova di «intelligenza vegetale», del resto, è il comportamento in caso di difficoltà. Le piante agiscono infatti con lo stesso sistema prova-errore degli animali: davanti a un problema procedono per tentativi fino a trovare la soluzione ottimale di cui, poi, si ricordano quando si presenta una situazione simile. Se per esempio manca acqua, aumentano lo spessore dell'epidermide, ne chiudono le aperture, gli stomi, evitando la traspirazione. Riducono poi il numero di foglie aumentando quello delle radici per esplorare zone vicine.

Solo Stimoli meccanici?
«Se le radici dovessero solo trovare acqua, potrebbe essere automatico. Ma devono anche cercare ossigeno, nutrienti minerali, crescere secondo il senso della gravità, evitare attacchi. E valutare quindi contemporaneamente le comunicazioni chimiche che le piante si scambiano attraverso l'aria e la terra: messaggi sullo stato di salute o sui parassiti. Se sono attaccate da patogeni, comunicano alle simili della stessa specie con gas e sostanze volatili che c'è un pericolo, invitandole ad aumentare le difese immunitarie. I vegetali, così, dimostrano di essere anche sociali».

Sociali ma non necessariamente socievoli. Essendo esseri territoriali, le piante si mandano segnali del tipo «qui ci sono io», emettendo sostanze disciolte nel terreno. Le radici intercettano le comunicazioni, capiscono se hanno vicino una pianta della stessa specie, e in tal caso la reazione è blanda, oppure se è un'avversaria, e allora diventano aggressive fino a lanciare sostanze velenose.

Tenendo conto di tutti questi stimoli l'apice decide cosa fare. Decisione che viene anche dal ricordo: una pianta che ha già affrontato un certo problema è in grado di rispondere in modo più efficiente. «Questa caratteristica» ricorda Mancuso «era nota: si parlava di acclimatazione. Per esempio, l'olivo a ottobre-novembre si modifica per affrontare l'inverno. Finora lo si spiegava come una risposta meccanica alle variazioni ambientali. In realtà la pianta decide di farlo quando sente le condizioni che ha memorizzato». Le piante hanno anche una certa coscienza di sé.

Diversi esperimenti hanno mostrato che, prendendone due geneticamente identiche, due cloni, e mettendole accanto, quella che è messa in ombra dall'altra si muove alla ricerca di luce. Se invece si accorge di essere essa stessa a farsi ombra con un ramo, nulla accade. Ma tutte le piante sono ugualmente dotate? Un filo d'erba ha lo stesso Q.I. di una quercia centenaria? «È possibile che ci siano piante più intelligenti, ma ancora non lo sappiamo» riconosce Mancuso.

«Per misurare il quoziente intellettivo di un ratto lo si mette in un labirinto e si guarda quanto impiega ad arrivare al cibo. Si è visto che una radice di mais inserita in un labirinto la cui meta era dell'azoto ci arrivava senza sbagliare, trovando la via più corta: in questo caso si tratta di organi di senso più raffinati».

«Siamo appena all'inizio di una rivoluzione nel nostro modo di pensare alle piante» commenta Dieter Volkmann, del gruppo di Bonn. Questi studi, oltre a rivoluzionare le conoscenze sulle piante, hanno ricadute anche sull'uomo. I neuroni verdi possono fungere da modello per sperimentare terapie contro malattie degenerative del sistema nervoso, come il morbo di Parkinson e di Alzheimer. «Gli animali vengono utilizzati, e con successo, in questo tipo di studi. Usare le piante non è però un regresso nella scala evolutiva» dice Mancuso.

«Una cellula neuronale vegetale è sì un modello semplificato di neurone, ma proprio per questo consente di individuarne più facilmente i meccanismi. Non ci sono problemi di vivisezione e le cellule delle piante sono facilmente trasformabili geneticamente, caratteristiche che potrebbero farne un materiale da laboratorio valido dalla ricerca di base alle applicazioni terapeutiche. Il Medical research council di Cambridge, il laboratorio di biologia molecolare fucina di premi Nobel, collabora con noi in questo campo». Non è finita: i neuroni delle piante potrebbero presto diventare un modello anche per gli studi sull'intelligenza artificiale.





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Messaggio da leggereInviato: ven 19 mar 2010, 15:51 
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Iscritto il: ven 21 nov 2008, 22:46
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stupendo! ho sempre pensato che le piante avessero un qualche tipo di intelligenza, ma a questi livelli direi che sono di gran lunga meglio degli animali XD




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Ma cosa crede che noi cattolici siamo tutte pecorelle-signorsì come piacerebbe a qualche eminentissimo prelato? Ma non ha ricordato lei stesso che abbiamo per maestro uno che non amava il potere, meno che mai il potere religioso? (V. Mancuso)


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Messaggio da leggereInviato: gio 6 mag 2010, 17:48 
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Iscritto il: dom 9 nov 2008, 23:20
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Molto interessante. Parallelamente, abbiamo ormai scoperto che nelle cellule la parte "intelligente" è la membrana, ed è la stessa cosa per i chakra. Ovviamente non si tratta di un'intelligenza vera e propria, quanto più di una dettagliatissima programmazione che dal livello sottile si ripercuote al livello fisico. Questa è un'ulteriore conferma del fatto che, se nel nucleo delle cose ci sono le informazioni, nel rivestimento ci sono le componenti che si interfacciano con l'esterno e "decidono" le sorti del sistema di cui fanno parte.




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 Oggetto del messaggio: Le piante pensano e ricordano
Messaggio da leggereInviato: mer 28 lug 2010, 10:23 
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Iscritto il: mar 30 giu 2009, 18:44
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Le piante trasmettono informazioni sull’intensità e la qualità della luce da foglia a foglia in un modo molto simile a quello attuato dal sistema nervoso umano. Questo è quanto sostengono i ricercatori della University of Life Science di Varsavia, che ritengono che i segnali elettro-chimici siano trasportati da cellule che hanno la funzione di veri e propri nervi per le piante. Nel corso dell’esperimento condotto dagli scienziati polacchi è stato dimostrato che è sufficiente illuminare una sola foglia per causare una reazione in tutta la pianta e che la risposta continua anche al buio. Questo dimostrerebbe che esiste una sorta di memoria che ricorda le informazioni portate dalla luce. “Illuminando solo la parte inferiore della pianta abbiamo osservato dei cambiamenti anche in quella superiore” ha detto il professor Stanislaw Karpinski, a capo della ricerca. Nel corso dello studio è stato scoperto che quando la luce stimola una reazione chimica nelle cellule di una causa una cascata di eventi che vengono immediatamente trasmessi al resto della pianta attraverso cellule specifiche dette “bundle sheat cell”. Ma ciò che è ancora più sorprendente è che le piante hanno una reazione differente a seconda della colorazione della luce che le illumina. “Abbiamo verificato cambiamenti differenti utilizzando luce blu, rossa o bianca” continua Karpinski, sostenendo che le piante usino le informazioni portate dalla luce per stimolare reazioni chimiche protettive. Gli scienziati polacchi hanno posto la loro attenzione su come le differenti reazioni alla luce agiscano sull’immunità alle malattie. Quando le piante sono state illuminate per un’ora e successivamente infettate (con un virus o un batterio) è stato rilevato che ventiquattro ore dopo l’esposizione alla luce avevano resistito all’infezione, ma se non illuminate si sono ammalate. Pertanto la conclusione alla quale è giunto il team guidato dal professor Karpinski è che le piante abbiano una memoria specifica per la luce che va a costituire l’immunità dei vegetali contro gli agenti patogeni e che siano in grado di usare le informazioni fornite dalla luce per immunizzarsi contro le malattie stagionali. E ogni giorno o settimana di una stagione porta con sé una caratteristica qualità della luce.

L'articolo originale qui:http://www.bbc.co.uk/news/10598926





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